Musicanti d'Amore :: Ribellioni AnarcoMusicali
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[ novembre 15 2007 ]


bibi, akam // REBIRTHING




il femminile... la sola speranza?

"ho bisogno di gettare il mio nick nel fuoco
e vi invito ad assistere al rogo, se vi va"

tiro giù la lampo
a sinistra,
(lunghissima da sotto l'incavo che tu sai al fianco)
e lo sfilo (il nick) solo un po',
lentamente.
tolgo le scarpe e lo riprendo dai piedi.
e con gesto disteso lo butto qui,
nel fuoco,
con lieve ondeggiare del corpo.

è da alcuni giorni che non riesco ad usarlo.
avrei voluto sostituirlo con un puntino,
ma non si possono trascinare le transizioni da a... a b,
ad aeternum.

anche se io, in quell'in mezzo, mi ci accamperei.
il passare quella soglia invisibile,
a 12 anni platonicamente
scrivendo per un anno intero un nome
(lo stesso) sul diario di scuola,
e poi a 13 con un uomo in carne ed ossa
che il gioco lo faceva lo rimandava lo amplificava lo ubriacava lo mostrava lo indagava lo allucinava lo scriveva lo cancellava lo strappava lo cullava lo animava lo svegliava lo risvegliava lo portava a terra lo lanciava poi in aria lo riprendeva lo toccava con mani calde lo assaggiava lo leccava lo baciava lo addomesticava lo amava di me.

è stato come solo fare un passo nell'aria su un semplice filo di lana per terra, un niente, e un attimo dopo essere altrove, essere un'altra, non riconoscersi più, non riconoscere più quel che c'era, dietro.
ebbi la fortuna che fosse lui, lui la fortuna che fossi io, con simmetrico gioco di specchio.
non durò che ero acerba.
e con un desiderio di scoprire nomade il mondo che non si sarebbe accontentata rude di alcun conforto.
ma quella promessa piena non la dimenticai, non l'ho dimenticata, non la dimentico, m'accompagna.


ma adesso, una riga arancione come un lutto. giocoso.
io di qua, tu di là, ne ho bisogno.
mi dipano, mi sbroglio dall'intreccio.
il filo rosso m'appartiene, quello nero anche ma è il tuo, questo, quello che trovo.
ogni volta che l'acchiappo tu senti tirare.
faccio dolcemente, non strappo, non rompo con i denti.
amorosamente e con dita leggere, apro trecce, disfo nodi, pettino.
non voglio farti male, voglio ridarti il tuo (e può dolere a sangue, lo so).
e riprendermi a me.


segnare un limitare, un prima e un dopo, una riga luminosa sul fondo bianco. un segno, una tregua.
con zia melina, con la sua filosofia semplice e profonda mi ci sono impastata un po' di giorni.
questa frase
"Lei era una semplice, che aveva spiegazioni valide per tutto. Se una cosa non si poteva spiegare, i casi erano: o non esisteva, o era una diavoleria, o era colpa tua, che soffrivi di spirito di contraddizione e ironia della sorte."
l'ho massaggiata sul corpo come un olio, l'ho tenuta a mente, l'ho frequentata, mi ci sono addormentata, poi ci ho intecciato sogni come canestri, l'ho indossata malamente sperando di diventarci, così.
o forse sperando d'esserci così e d'averlo dimenticato, per troppo lunga frequentazione con l'illusione.


e invece, vi confesso un segreto.
io non sono questa.
non c'è niente che mi sia più essenziale che pensare e sentire e vivere 'come se'.

ché se una cosa non si può spiegare,
non è che non esiste,
non è una diavoleria,
non è colpa mia,
ché soffro di spirito di contraddizione
(questo sì, lo riconosco, ostinata)
e ironia della sorte.
se una cosa non si può spiegare ti sei semplicemente imbattuta in una corda tesa e sottile come un crine, che puoi afferrare solo ad occhi chiusi e fidando di tutto, sentendo il panico di non sapere più dove metti i piedi, col corpo sbilanciato, non importa chi e quanto perdi nel mentre, che è la traccia del mistero.
il mistero non è né mio né tuo, non è di proprietà, ci possiede.
con lui non si possono fare operazione di ragioneria contabile - questo è mio, quest'è tuo - però si può far finta quando si è stanchi.
quando l'hai afferrata saldamente e senti l'ebbrezza di dionisio senza un goccio d'alcol e ci dormi ogni notte accanto, tutto il resto può andare.
la sensazione di musica e ritmo battente e pieno ed ebbro perdura.
anche se sei nuda, sola e graffiata.
anche se butti via pezzi sontuosi d'identità come stracci.


anche se butti tra le fiamme il nick.
per rinascere.

nota (musicale) a margine
il fuoco si spegne se non è attizzato.
il nick è bruciato certamente da ieri.
ma è una serata fredda e restare in compagnia fino all'alba, ipnotizzati, non sarebbe male.
ho fatto una camminata sui carboni, l'anno scorso.
e la gioia della preparazione del fuoco la ricordo tutta.
soffiateci su anche voi.
bibi






implosione... le parole (forse) per dirlo

"a questo abisso di vita femmina selvatica e odorosa
ci giro intorno"

sull'orlo del cratere spento senza cenere e lapilli che fumano.
provo ad addomesticarlo a passi brevi, e sincopi, su virili selciati e porfidi grigi e neri di città austere.
c'è un magnetismo di calamita, qui, pulsante e vivo, terribile e buio, e rosso di luna piena e di marea e un'energia di vento che spazza dentro senza che fuori si muova foglia intorno.
mi sento incatenato/a e infelice.
e secco/a come un torrente petroso senz'acqua.
vorrei abbandonarmi a lei e fondermi e invece rimango irrigidito/a e gelato/a.
lo faccio talvolta in fantasia, talaltra in sogno.
in realtà affetto a piccoli pezzi, con meticolosa serietà e guardandomi continuo allo specchio per trattenermi a qualcosa, ogni possibilità d'energia che prenda e spazzi.
di parola comunicante, di contatto d'ombelico silente, di muta sintonia, di magnete senza abbecedario, senza limatura di verbo,
con un peso che dondola nel profondo e vibra di suono oscuro.
senza odore di rancido e d'amaro.
né di vino di nulla qualità.
ma non un gesto, né un passo.
vorrei pure di più che lei spezzasse la mia rete e m'entrasse, che mi prendesse con forza brutale e m'avvincesse con spire sinuose e irremovibili di serpente e mi succhiasse la polpa dal carapace e mi suggesse come liquido d'ambra o veleno (non so).
contrappongo alla forza della natura la mia che forza non è, certo lo so (ma non fa niente), solo sterilità irrigidita e isteria e orgoglio e sprezzante autarchia, una lunga abitudine di decenni mi arma così dentro, mi arma così pure fuori, con parole e scritture aggrovigliate a fil di ferro, che non penetri nulla, nulla almeno di questo vento insidioso e bollente che mi scioglie nelle ossa, che mi suda nel midollo, che mi fa molle di cera fusa, e mi arrende.
sono impigliato/a tra rovi.
e graffiato/a.
non ricordo quando mi sono smarrito/a, cioè separato/a con linea netta di gesso da quel flusso d'aria e d'acqua che mi faceva.
so che da quando successe imparai a dire 'io', non seppi più iniziare una frase senza.
so che c'era un prima e poi è venuto un dopo, divisi da un filo di lana invisibile per terra, un filo pure d'aria nell'aria, un refolo di suono sottile.
nel prima con il vento ero tutt'uno/a, m'abitava, il vento, come abita tutti e ci soffia come strumenti e tira fuori da noi, inconsapevoli, note.
non che lo sapessi allora, ero solo vivo/a, fatto/a d'aria e d'acqua al novantanove per cento come ameba, uguale, non un solido pesante come mi par d'essere, dopo d'allora.
poi qualcosa si gelò, si rattrappì, si sottrasse.
il vento restò fuori, io restai dentro (o quel che penso essere me in sogno) prigioniero/a di un carapace di ferro.
una diga profonda tra me e il resto, non in elevazione.
un solco duro.
scattava ad ogni brivido, ad ogni segno lieve di pericolo, si frappose come un velo trasparente d’amianto.

sul bordo del cratere ci ritorno, ipnotizzato/a, è un'enigma perché.
quando sono qui vicino al pozzo e guardo fisso il fondo lontano, sento il carapace che mi vive rimanere fuori, come abito con gruccia.
dentro qualcosa crolla con metodo e lo svuota come sabbia di clessidra capovolta e si deposita con vertigine al fondo.
guardo il centro di notte dell'abisso come l'occhio permanente di un ciclone di polvere tagliente d'argento e vorrei volarci dentro ma ho paralisi.
forse non ho ali.
vorrei che lo facesse lei per me, che m'attraesse con forza magnetica e prepotente senza scampo, tirandomi violenta per il lembo della giacca.
so che se lei lo facesse o io, di me sarebbe altro, dopo, ma sono abituato/a a buchi piccoli e fasulli, stagnanti come pozze, che proteggo con lacrime e strepiti acuti di pipistrello.
so che è la battaglia della vita, cioè, è la vita, perdere questo carapace d'amianto e questa maglia di ferro intorno alla bocca, alla voce che si fa stridula di rame e senza eco e abbandonarmi a quel che è reale, al non sapere nulla di quel che so.
alla dea che prende, ama e distrugge.
e ricrea.
con impasto d'atomi nuovi.
rimando, pospongo, governo, controllo, manipolo, faccio piccoli giochi politici nella stanza sempre più chiusa dei bottoni.
ascolto la futilità del tempo che passa senza verità, senza natura, senza gioia, senza potenza, senza istinto.
so (perchè l'ho sognato) che nell'abbandono, lei mi leverà ogni cosa di ferro che m'attanaglia le mani, ogni cosa futile d'abiti vecchi, ogni filo di paglia e rovi, poi mi laverà con acque di rose, mi carezzerà forte con onda d'uragano e d'orgasmo a spazzare e rovesciarmi, a levarmi placente irrigidite a strati.
so (perchè l'ho sognato) di una potenza che trema e scuote e ricrea da capo quel che già c'è e non ricordo e che dimenticai e che vestii di panni lerci.
che opera a levare.
che pela come cipolla.
e strappa strati su strati senza delicatezza, con gesto sapiente come non facesse null'altro da sempre.
che ama la nudità di pelle che canta.
poi mi annegherà in acque profonde e buie.
mi terrà la bocca chiusa e le narici con pressione di mano morbida perché trovi dentro, nel fiato che scompare, il fiato che non muore, quando mi sembrerà la fine.
e il passaggio sarà a rischio.
il crollo di quel che credo me è ogni giorno.

crollai a lei e mi sembrò cosa senza dignità.
spazzato/a da un suono di sinfonia d'archi, di cui divento una nota, sola.
non un pezzo, il mio, solo, solo una nota di una cosa ampia che è una.
sognai d’essere separato/a e solo/a.
crollai a lei e mi risvegliai ad essere quel che sono.
uno/a con tutto.

ché un uomo diventa tale solo quando incontra l'abisso di femmina in sé, cadendoci dentro.
se no non ha la notte né l'umido per l'amore.
ché anche una donna lo diventa così, non lo nasce.
nessuno, davvero, solo lo nasce.
lo ritorna ogni giorno di più.
e tra il crollo nella follia e l’esperienza mistica il confine è breve traccia lucente di bava di lumaca.
e non è forse che in occidente si dice 'guardare il proprio ombelico' per indicare una pochezza da narciso e un universo chiuso e asfittico,
e in oriente si dice cadere nell'hara che è poi lo stesso posto
(il centro)?
ma vi si arriva diverso.
non guardando da fuori la propria pelle ma chiudendo gli occhi e sentendo il percorso intimo che conduce lì.
in basso, indietro e giù.
a casa.

nota (musicale) a margine
per me
questa (il blog) non è una cassettiera.
un posto dove riporre pezzi, pezzi di cose.
di scritto, o d'altro.
a un certo punto (il blog) s'anima, è vivo a modo suo,
attira persone dal nulla,
richiede perentoriamente incontri, talvolta molto ravvicinati,
ha una sua vita propria (che coincide, a tratti, con la mia).
quello che nasce da qui sento che qui dev'essere ricondotto.
nel modo in cui è possibile, certo, usando gli strumenti che si hanno, talvolta spuntati.
questi ultimi post vogliono riportare qui quello che da qui è nato.
e chiudere il cerchio, così come s'era aperto, senza lasciare tutto slabbrato e informe.
e non detto.
e trovare la pagliuzza dorata che qualunque fatto cela.
ché qui non si tratta di uomini e di donne.
ma di maschile e femminile.
dentro.
akam

musicanti // 15/11/2007 18:26 // commenti (16)



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