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[ settembre 1 2008 ]


andrea, 432hz // ANAHATA NADA





Il silenzio totale è la perfezione. Il silenzio è necessario al suono per esistere, ed è come un’immensa tela aurea sulla quale dipinge il pennello armonico del nostro mondo tridimensionale. I suoni che conosciamo vengono prodotti da molti elementi presenti in natura - le onde sulla spiaggia, il vento tra gli alberi, il mantice che immette l’aria necessaria a far vibrare le ancie all’interno della fisarmonica, l’incontro “vibrante” delle corde del violino con il suo archetto e così via.

Un detto Zen domanda: “Qual’è il suono prodotto dal battito di una sola mano?”. Nella tradizione sanscrita questo suono è conosciuto come Anahata Nada, che significa “Il Suono non Prodotto” o il “Non Suono”. Questo concetto ovviamente intende un suono non prodotto in nessuno dei modi che ho citato poc’anzi, e che nelle tradizioni sanscrite esso è descritto come “Il Suono dell’Universo” e “Il Suono dell’Energia Primordiale”.

Una antica tradizione afferma che il suono che più di tutti rispecchia il “non suono” è il suono dell’AUM, che secondo i Veda, è la parola più sacra di tutte emanata direttamente dall’Universo, mentre secondo gli Indù si tratta di un mantra di incalcolabile potenza spirituale. Ma l’AUM non è di per sé la definizione de “il suono non prodotto”, ma è il suono che conduce all’Anahata Nada. Infatti questo potentissimo mantra è composto da quattro elementi: A, U, e M, mentre il quarto elemento è il silenzio che si frappone tra l’inizio e la fine di ogni suono udibile. Perciò l’obbiettivo vero di intonare l’AUM non è la recitazione del mantra in se, ma l’esperienza di percepire quel “suono non prodotto”, il silenzio. Il medesimo principio si rispecchia quando andiamo alla ricerca di quello spazio che “sostiene” l’Universo e le sue galassie: il “vuoto” (o il non-essere) è necessario per l’esistenza di tutto ciò che vediamo e che non vediamo.


Nella tradizione sanscrita tutto ciò che viene visto e non visto, udito e non udito, odorato o non odorato, assaggiato o non assaggiato, sono manifestazioni di pura energia. Questa energia è il contenitore di tutte le cose, ed è l’apparente sorgente elusiva alla quale è stato dato molti nomi, tra i quali Dio, l’Io, Brahman o Natura Divina. E poi ancora, l’Assoluto, la Realtà Suprema, la Realtà Ultima, la Verità, e l’Io della filosofia Vedanta.

La nostra interfaccia con il mondo materiale, si manifesta attraverso i nostri sensi e il risultato della loro intepretazione, per mezzo dei processi cognitivi intrapresi dalla nostra mente. Ad un livello più concreto, noi tendiamo a vedere le cose prettamente nella loro forma materiale, e non come energia manifesta in molti differenti modi. Categorizziamo le forme del creato con delle etichette, nominando questa forma come una Roccia, quell’altra come una Rosa, un’altra come acqua e un’altra ancora come Essere Umano o un Animale. Un’altra di queste forme di cui siamo in cerca, è ciò che abbiamo etichettato come AMORE.

Esistono oltre cinquanta definizioni della parola “amore” in un qualsiasi vocabolario, ma nessuna di esse accosta il suo significato a “Dio”. Definendo l’amore in molti modi differenti, noi definiamo la nostra percezione di ciò che consideriamo come “amore”, ma se invece fossimo noi stessi a divenire quell’amore, tutte le apprenti differenze proposte dal “catalogo” percettivo dell’Universo svanirebbero nel nulla, e cominceremmo così a vedere le cose come realmente sono. Mentre la classificazione delle cose appare essere utile per la loro rispettiva identificazione e collocazione in uno spazio fisico, all’interno di un mondo tridimensionale creato da una Mente Intelligente, questa però è anche la maggiore barriera all’identificazione di noi stessi con tutte le cose del creato che provengono dalla stessa Sorgente, e ciò include i nostri veicoli biologici. Siamo sempre stati parte di questa Sorgente ed è solamente la manifestazione della nostra forma attuale agganciata all’interferenza delle nostre menti, che porta all’illusione che ogniuno di noi sia una persona “separata” dal resto di noi.

Non ho redatto questo essay per suggerire un cammino di base sanscrito, poiché un cammino implicherebbe di per se una “distanza”, e la distanza ci separa dalla nostra destinazione: l’Io, Dio, Brahaman. Intraprendere un cammino religioso, finisce per trasformarci in una di quelle persone intente a fare ginnastica sopra una pedana mobile - uno può camminare in eterno e mai raggiungere la destinazione desiderata.





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